Stasera ero a teatro con Giorgio Pasotti e mi guardavo attorno.
Su
cinque file, buoni tre quarti erano occupate da persone che guardavano
il loro cellulare, il restante terzo allungava il collo per vedere che
facevano quelle con il telefonino. Qualcuno si scattava dei "selfie"
(ormai si dice così, l'autoscatto è out) e altri scorrevano con due dita
chissà quali notizie di fondamentale importanza che non potevano
assolutamente evitare di leggere in quel momento.
Però
il teatro è quello che è e uno può resistere finché vuole, ma prima o
poi ti viene la voglia di sollevare il viso, fissare il palco,
immaginare quello che sta per accadere e, capita, per fortuna ancora,
che il cellulare sia banalmente un oggetto che ti da persino fastidio da
tenere in mano mentre aspetti che le luci si abbassino. E quindi lo
spegni, prima. E lo metti via, prima. E chiacchieri con il tuo vicino
commentando le persone, il programma, gli attori che stai per andare a
vedere ed ascoltare.
E quando alla fine, dopo aver riso per due ore,
applaudi, lo fai con il sorriso sulle labbra e con quello esci dal
teatro. Dimenticandoti persino che Giorgio Pasotti era teatro, con te,
solo cinque file più avanti.
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